Don Riccardo Tonelli 1964/1967

 

Sono contento dell’occasione che mi è proposta di ricordare gli anni trascorsi all’Oratorio di Sesto San Giovanni. Mi sono fermato tre anni.   Ma sono stati anni belli, che ricordo con gioia e un pò di nostalgia.   Incomincio indicando come sono arrivato a Sesto.   Il mio cammino formativo è stato quello tipico di ogni salesiano. Prima degli studi di teologia ho trascorso quattro anni a contatto diretto con i giovani.
I giovani del mio primo impegno pastorale erano ragazzi molto poveri. Lavoravo in un orfanotrofio vicino Bologna, in cui erano raccolti oltre 100 giovani orfani di guerra.   Alcuni di questi poveri ragazzi avevano visto morire i loro genitori sotto i bombardamenti della guerra. Altri erano rientrati in Italia dopo aver trascorso molti anni lontano da casa, a causa dell’immigrazione forzata dei loro genitori.
Questi primi anni di contatto diretto con tante situazioni giovanili inquietanti, in una esperienza che riempiva tutta la giornata, mi ha sollecitato a pensare. La prima esperienza lascia un segno. Dopo questi anni di lavoro diretto con i giovani sono stato inviato a studiare prima teologia e poi a qualificarmi nell’ambito della teologia pastorale.                                                                                                   

 

Terminati gli studi, il mio superiore mi ha lasciato libero di scegliere tra due possibilità concrete:

andare all'Università Salesiana ad insegnare le discipline che avevo studiato, oppure lavorare sul campo diretto con i giovani in un Oratorio. Non ho avuto dubbi e ho scelto di lavorare in un Oratorio.    E ho avuto la fortuna di lavorare in uno pieno di giovani all'inverosimile.     In quest'Oratorio ho tentato di realizzare sul piano concreto le idee che avevo maturato negli anni di formazione e soprattutto di sperimentare un modo di vivere quell'impegno missionario che sentivo decisivo per la fedeltà alla mia vocazione.

Quando penso a quegli anni, lo faccio con gioia perché preparazione culturale, entusiasmo giovanile, disponibilità di tanti amici collaboratori, hanno permesso di realizzare una serie di esperienze che hanno funzionato come criterio di verifica e praticabilità delle intuizioni maturate nei processi formativi.     All’Oratorio di Sesto San Giovanni, la “Rondinella”, come lo chiamavano tutti in città, ho trovato una bellissima realtà. Chi aveva lavorato prima di me, aveva costruito e consolidato realizzazioni molto belle.

Era un Oratorio “povero” sotto il profilo delle strutture.     I ragazzi giocavano nella “baracca”, un prefabbricato in legno, capace di ospitare 200 o 300 persone, stipate all’inverosimile, un forno d’estate e una ghiacciaia d’inverno, dove si respirava polvere e ci si assordava.     Le leggi attuali l’avrebbero fatta chiudere in ventiquattr’ore.      Ma i ragazzi erano tantissimi, bravi e disponibili.     E quel buco andava benissimo (almeno in mancanza di meglio: il meglio è venuto qualche anno dopo).    Anche il campo sportivo era piccolo: insufficiente per le richieste.       Una parte delle strutture in mattone (una costruzione montata alla buona, a piano terra), ospitava un’altra sala giochi, qualche ufficio, il bar e la bocciofila, frequentata da moltissimi adulti.     Oggi tutto questo non esiste più, se non nel ricordo dei primi frequentatori.     Ma non sono sicuro che le novità strutturali compensino la ricchezza di presenze e di vitalità di quei tempi abbastanza eroici.     Per fortuna, potevamo disporre delle aule dell’istituto salesiano per le attività di catechesi.        Mi sono guardato attorno.    Ho constatato le cose bellissime che si realizzavano, i fiumi di ragazzi che lo frequentavano, l’entusiasmo e la collaborazione dei due salesiani (un sacerdote e un salesiano laico) impegnati con me a tempo pieno.Una rapida verifica mi ha reso consapevole che l’urgenza più forte era quella della formazione, soprattutto in riferimento all’esperienza cristiana.     I ragazzi c’erano ed erano disponibili, la frequenza era alta e abbastanza consistente; le strutture povere ma sufficienti.Mancava un progetto ben articolato di “catechesi”.      

La formazione pastorale che avevo acquisito durante gli studi a Roma e lo spirito del Concilio che si respirava intensamente in quegli anni, mi hanno aiutato ad immaginare un modello di catechesi che non fosse solo informativo e intellettuale, ma comportasse un ripensamento concreto ed esperienziale della vita cristiana.  Così mi sono messo a pensare e ad immaginare strumenti adatti. Ricordo con gioia il lavoro e le preoccupazioni di quegli anni. Ho impostato il progetto di formazione su tre riferimenti. Li ricordo ancora bene, perché sono il frutto dell’entusiasmo giovanile. Impegnato, dopo l’esperienza dell’Oratorio, in un’attività editoriale, ho persino pubblicato i materiali più interessanti elaborati in queglianni.Mi sono mosso invitando una ventina di giovani (maschi… perché a quei tempi l’Oratorio era solo maschile… e le ragazze frequentavano le FMA). Con loro abbiamo ripetutamente studiato e sperimentato il progetto. Momenti importanti di questo processo formativo erano gli incontri durante l’anno e i campi scuola estivi. Ero convinto – e lo sono tuttora – che senza un gruppo di giovani animatori, coraggiosi e disponibili, non si riesce a combinare nulla.La proposta catechistica era soprattutto legata ad esperienze concrete, con spazi di riflessione su queste esperienze. Un’attenzione forte era portata alla strumentazione biblica e liturgica:  i “tempi forti” dell’anno liturgico (avvento, quaresima, pasqua), le feste, i grandi avvenimenti.Cercavamo persino di realizzare qualcosa assieme, per creare un’esperienza concreta e popolare.Abbiamo inventato il saluto dell’avvento… creando meraviglia tra la gente del quartiere che sentiva i ragazzi, per strada, salutarsi “Maranatha”… Una volta abbiamo ricostruito nel campo sportivo… il passaggio del Mar Rosso, camminando dalla terra d’esilio, attraverso il deserto, fino al grande incontro nella Chiesa.Molti ci guardavano sorridendo. Anche qualche bravo salesiano guardava dalle finestre dell’abitazione e ci prendeva per pazzi. Ma così le parole diventano pezzi di vissuto.Il terzo riferimento del progetto di catechesi esistenziale era il coinvolgimento delle famiglie.Ricordo di aver invitato una trentina di mamme e papà a darci una mano, incontrando a casa propria i ragazzi della catechesi, a piccoli gruppi. E’ stata un’intuizione di cui anche oggi sono molto contento.I genitori dovevano prepararsi: per questo erano convocati ogni settimana a studiare il tema e le modalità. Accoglievanopoi in casa quattro o cinque ragazzi. E con loro ripensavano al tema della catechesi, cercando di confrontarlo con la vita concreta e le esperienze quotidiane. Era sempre una festa: l’incontro terminava con una buona merenda.L’Oratorio era inserito così nel quartiere: dal quartiere accorrevano i ragazzi, al quartiere tornavano. Il quartiere sarebbedovuto “risuonare” dell’esperienza vissuta in Oratorio. In quegli anni la sensibilità sociale e politica era ancora debole: eravamo prima del ’68. Si voleva coinvolgere il quartiere sul piano culturale, nelle questioni della parrocchia (ad es. la disponibilità degli adulti a dare una mano in parrocchia).Un tramite privilegiato tra Oratorio e quartiere era costituito dalla Scuola Media con cui confinava l’Oratorio e che frequentavano quasi tutti i ragazzi dell’Oratorio. Io insegnavo religione in molte classi.Ero ben inserito anche nel corpo docente, ero stato eletto – se ricordo bene – vicepreside. Potevo quindi assicurare un buoncollegamento, anche istituzionale, con l’Oratorio e le sue attività.Un discorso a parte va fatto per la Polisportiva.Essa rappresentava nell’Oratorio un punto di attività molto forte e consistente.Un gruppo di adulti impegnati la seguiva, con grande disponibilità di tempo e di risorse.Esisteva soprattutto il calcio ma funzionava molto bene. C’era persino un contratto con una squadra di serie A per l’acquisizione dei migliori giocatori.Non mancavano i problemi.I giovani “calciatori” si sentivano un po' privilegiati rispetto agli altri ragazzi e questo non mi andava giù. L’Oratorio nonera una palestra di giocatori ma doveva restare un luogo formativo, in cui i ragazzi più poveri erano i privilegiati.Il calcio aveva esigenze di orario e di ambienti. L’unico campo sportivo sarebbe dovuto essere riservato alle partite ufficialilasciando ai bordi i tanti ragazzi che affollavano l’oratorio.E poi – lo ricordo bene – c’era la questione dei bilanci e della disponibilità finanziaria: notevole per la Polisportiva scarsissima per l’Oratorio e la catechesi.Ma ci siamo intesi nonostante qualche tensione. Sono convinto che l’esperienza possa rappresentare un riferimento interessante.Dopo tre anni di vita felice (per me) all’Oratorio, il mio superiore mi ha rilanciato la questione degli impegni per il futuro. Ho risposto senza incertezze: la mia scelta per l’Oratorio non è in discussione.Ma lui mi ha detto: in discussione è l’alternativa. Fai le valigie verso nuovi impegni.E sono qui, all’Università salesiana da quaranta anni. Considero i tre anni di Sesto San Giovanniun momento formativo prezioso per me. E sono grato.  

                                                                                                                                                                                       don Tonelli

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